giovedì 30 aprile 2015

Lettera aperta di una giovane avvocatessa

Quella che segue è la lettera inviata al Presidente della Repubblica, al Presidente del Consiglio e al Ministro della Giustizia da una giovane avvocatessa, Camilla Ovi, impegnata direttamente nel caso giudiziario di Henrique Pizzolato. Non si tratta di una lettera tecnica però, ma di una presa di coscienza che sperava di incontrare anche la coscienza degli uomini di potere che, in questa vicenda, stanno decidendo del destino di Henrique.
L’aspetto più interessante, al di là dei contenuti molto precisi e puntuali, è il coraggio che la motiva, coraggio che si manifesta in un comportamento tutt’altro che rituale e per questo non privo di rischi: i rischi che, per una giovane avvocatessa in carriera, possono venire dal mettere tra parentesi il proprio ruolo e dal parlare con il cuore.

Ecco la lettera scrita da Camilla dopo la decisione della Corte di Cassazione e prima del provvedimento del Ministro della giustizia:

Modena, 18 febbraio 2015

Egregi

Ministro della Giustizia,
Presidente del Consiglio dei Ministri,
Presidente della Repubblica

Vi scrivo questa lettera inconsueta e mi trovo in parte io stessa stupita nel provare a contattarVi. Scrivo nella speranza, forse vana, che possiate leggermi.
Mi chiamo Camilla Ovi, mi sono da poco abilitata all’esercizio della professione forense e nei mesi precedenti la mia abilitazione ho avuto modo di affrontare, tramite lo studio legale con cui collaboro, un caso che mi ha davvero colpita.
Si tratta di una vicenda che a breve arriverà sulla scrivania del Ministro Orlando e che forse lo stesso leggerà, tra le centinaia di carte di cui deve prendere visione, con un occhio da osservatore esterno.
Il mio disperato tentativo di contattarVi nasce dalla necessità di cambiare la visuale di quegli occhi che leggeranno la pronuncia della Suprema Corte.
Non so nel corso della mia vita vorrò fare l’avvocato o se questa sia la mia strada, per cui non vedete le mie parole come un subdolo tentativo di correggere una difesa forse mal riuscita. L’unica cosa che purtroppo ho imparato di questa professione è che ogni caso, ogni procedimento, corrisponde a una persona, con cui di frequente parli e con cui ti raffronti, che ha una storia che va al di là di un capo di imputazione.
Ebbene sì io questa persona l’ho conosciuta. Si chiama Henrique Pizzolato. Costui è stato condannato a 12 anni e 7 mesi di reclusione in Brasile per corruzione, peculato, riciclaggio. Senza volermi soffermare sull’entità della pena, all’occhio anche inesperto di chiunque palesemente sproporzionata, costui è stato vittima di un’ingiustizia e continua ad esserlo.  Henrique Pizzolato e la moglie sono fuggiti in Italia in cerca di giustizia. Quella giustizia che in Brasile non hanno avuto. Ad oggi è qui pendente un procedimento di estradizione: la Corte d’Appello di Bologna, in primo grado, ha negato l’estradizione. La Corte di Cassazione - aggiungo inspiegabilmente ma ad oggi non conosco le motivazioni - ha annullato la decisione senza rinvio, rendendo impossibile esperire alcun tipo di rimedio a livello interno (quantomeno giurisdizionale).
Quando ho conosciuto la moglie del sig. Pizzolato ho visto una donna disperata, ma con tanta voglia di combattere, di ottenere un processo GIUSTO, quel processo che la nostra costituzione decanta, all’art. 111 e che la stessa Convenzione europea dei diritti dell’uomo riafferma all’art. 6.
Con la curiosità di chi non sa, ho pazientemente letto parte delle carte del processo brasiliano, mi sono documentata, ho letto giornali, riviste, sono entrata in contatto con persone brasiliane che hanno avuto occasione di seguire da vicino il processo e purtroppo un’idea me la sono fatta. Dico purtroppo perché oggi preferirei non sapere cosa è davvero successo. Henrique Pizzolato è stato giudicato dal Supremo Tribunale Federale, massimo grado giurisdizionale, in quanto la sua condotta sarebbe stata connessa con quella di ministri e parlamentari che avevano diritto di essere giudicati da detto organo. Peccato non sia stato così perché in realtà la condotta contestata a Pizzolato sarebbe stata commessa in concorso con un ministro che, secondo la legislazione brasiliana, non doveva nemmeno essere giudicato dal STF.  Quindi non solo Pizzolato è stato giudicato da un giudice diverso dal giudice naturale e precostituito, ma non ha nemmeno avuto la possibilità di fare ricorso contro detta sentenza, essendo inappellabile. Senza contare che diverse prove sono state nascoste, occultate in un’indagine parallela secretata. Ma senza entrare nei dettagli, da questa sommaria descrizione ci si potrebbe chiedere perché? Semplice, perché Henrique Pizzolato era uomo politico, da sempre attivo nel partito dei lavoratori, partito la cui forza si voleva colpire da parte di altre forze politiche. Leggendo le carte del processo (i giudici italiani non l’hanno fatto ma non è il procedimento di estradizione la sede per farlo) ci si rende conto che questo processo è stato il teatro degli abusi processuali.
Henrique Pizzolato ha lasciato il Brasile per avere giustizia. Credeva di averla avuta con la sentenza della Corte di appello di Bologna che ha ritenuto le condizioni delle carceri brasiliane inumane e degradanti, come la documentazione prodotta ha dimostrato, ma la Cassazione ha ritenuto di dover siglare una condanna a morte.
Lo scrivo senza retorica perché argomenti per negare l’estradizione ce ne sarebbero non uno ma venti. Purtroppo il procedimento di estradizione è un processo in cui prevalgono ragioni a volte forse più politiche che giuridiche. Sì perché senza contare le innumerevoli violazioni dei diritti verificatesi nel procedimento a suo carico, è stato documentato: che nel carcere dove dovrebbe scontare la pena Pizzolato lo scorso anno si sono verificati 14 omicidi e negli scorsi mesi 2 omicidi più una morte dovuta a mancata sorveglianza degli agenti; che la situazione della carceri brasiliane è spaventosa, come la stessa Cassazione in altre occasioni aveva riconosciuto e come più volte hanno denunciato le organizzazioni internazionali; che l’ala appositamente costruita dove Pizzolato dovrebbe scontare la sua pena è oggetto di un ricorso davanti alla Corte costituzionale per violazione del principio di uguaglianza, e che forse nemmeno esiste.
La realtà è che, una volta estradato in Brasile, Pizzolato verrebbe torturato e probabilmente ucciso.
Come può un Paese civile accettare che questo succeda? Come può accettare che una persona condannata all’ergastolo per quattro omicidi viva libera in Brasile (Cesare Battisti) e che una persona pronta a farsi processare nuovamente dall’autorità giudiziaria italiana e pronta a scontare la sua pena in Italia debba essere rispedita nel Paese che lo ha sottoposto ad un procedimento INGIUSTO e in cui sarebbe ristretto in carceri che sottopongono i detenuti a condizioni inumane e degradanti? Come può l’Italia consentire di estradare un cittadino italiano laddove il Brasile non consente che i propri cittadini siano estradati, difettando pertanto il rispetto del principio di reciprocità?
Non credo che sia un Paese che mi rappresenti un Paese che lascia che ciò succeda. Perché Pizzolato rischia la vita tornando in un Paese che non ha permesso che fosse giustamente processato e se noi e Voi per primi consentirete che ciò accada saremo tutti complici di aver firmato una condanna a morte.
Credo che nessun interesse politico, laddove ve ne siano, possa prevalere laddove c’è in gioco la vita di un cittadino italiano.
Io ho voluto scriverVi, di mia spontanea iniziativa, perché sappiate la verità e sono pronta a spiegarVela e a provarVela con tutti i documenti raccolti, e soprattutto perché voglio dormire serena e a posto con la mia coscienza sapendo di avere fatto tutto ciò che potevo per salvare un innocente.
Se avete anche solo un dubbio che quanto Vi sto scrivendo sia vero lasciate a questa persona, un nostro connazionale, la possibilità di provare la sua innocenza e di poter far valere i suoi diritti.
Se Lei Ministro Orlando firmerà il provvedimento che concede alla Repubblica Federativa brasiliana l’estradizione e Voi tutti sarete partecipi di questa decisione non credo che anche Voi potrete addormentarVi serenamente, pensando di essere a posto con le Vostre coscienze.

Grazie per l'attenzione,
Camilla Ovi



Nessun commento:

Posta un commento